venerdì 31 ottobre 2008

PEOPLE. Frida Giannini


Frida Giannini, la nuova anima di Gucci, pare non sbagli un colpo.
Dal primo avvio classicheggiante, troppo vecchio Gucci a mio parere, ha finalmente trovato un suo "aplomb". Lo dimostrano le nuove collezioni A/I, dove un folk de lux anni 70' raggiunge una raffinatezza sublime. I dettagli col famoso logo ben si sposano all'eccentricità nature e un po' selvaggia del nuovo concept. Che sia veramente maturata la Giannini?
Per il famoso marchio sarebbe un successo.
Noi aspettiamo le prossime creazioni per poterla promuovere a pieni voti!

Sapore di Sale



Bijoux marini per ricordare il sale sulla pelle...e il profumo del mare...e l'abisso turchese ancestrale...il ricordo di un'estate si rinnova sui nostri corpi ornati dai gioielli di de Grisogono e Aaron Basha.

giovedì 30 ottobre 2008

ART. Alexander Iolas


Alexander Iolas, il gallerista che ha introdotto il Surrealismo in America, nasce nel 1907 ad Alessandria d'Egitto da genitori greci. E' lui negli anni 40' a lanciare Magritte ed Ernst.

Nel 1952 organizza la mostra di Warhol alla Hugo gallery di New York.
Lavora con artisti come Dalì, Matta, De Chirico.
Le sue storiche gallerie invadono ben presto il mondo. Siamo nei 70', e Iolas nostalgicamente decide di tornare in Grecia, dove sfoggerà alle porte di Atene una residenza ricca di arte ed eccentricità. E' lì che accoglie con sofisticata naturalezza gli amici artisti, tra cui un giovanissimo Nureyev.
Muore di Aids alla fine degli anni 80' con un sogno nel cuore, donare la sua collezione per favorire l'incremento dell'arte giovane ateniese. Un sogno mai realizzato dopo gli scandali e un volta faccia del governo a suo discapito.
Ora la sua fastosa dimora è abbandonata e in rovina, ma è diventata un culto per la comunità artistica ateniese.
Il sogno forse potrebbe avverarsi.

mercoledì 29 ottobre 2008

Lo Scugnizzo si chiama Lucio...


Pian piano riesco a muovere i miei buffi passi sotto il suo sguardo ironico e torno indietro sotto l'arco buio col mio cuore stanco che batte troppo veloce, e tutto succede nel lasso di un secondo, il rumore dei passi frettolosi, io che stringo la borsetta tra le mani sudate, e la sua voce gradevole che diminuisce la mia ansia straripante -ehi..mi chiamo Lucio...hai forse paura di me?-, rallento stranamente i miei passi e penso quasi divertita che nessuno mi chiamava "ehi" da un secolo, mi volto sulla sua energia e finalmente la mia voce bassa vien fuori-che vuoi?- gli chiedo scorbutica, -le dò fastidio? se le dò fastidio me lo dica-continua col suo linguaggio nervoso, abbasso la testa sospirando completamente spiazzata dalla sua frenesia che non capisco e mi fermo ad ascoltarlo mentre spara un mucchio di cazzate inventate dalla sua immaginazione annoiata, -sa' la vedo sempre e mi chiedo "chi sarà quella tipa" così strana e originale...diversa dagli altri...mi scusi ma mi son ficcato l'idea in testa che lei è un'artista...non so perchè...-, rimango a guardare la sua confusione perplessa, poi la mia voce esce come un soffio -e se ti dicessi che lo sono davvero cosa cambia? hai vinto qualche scommessa con i tuoi amici?-, -lo sapevo!- grida esultante cominciando a battere i pugni e a saltellare come un bambino, scuoto la testa attonita su quell'euforia fuori posto e comincio ad allontanarmi in fretta da quell'esibizione folle, ma lui mi raggiunge e mi poggia inaspettatamente una mano fresca sulla spallina del tailleur pezzato, mi scosto turbata mentre lui continua come un fiume in piena con le sue richieste assurde -dove abiti? quando posso venire a trovarti?-, lo guardo scioccata e ritorno burbera -ma tu cosa vuoi da me eh? guarda che chiamo la polizia, hai capito?-, il fiume non cessa la sua piena e continua a bagnarmi di stupore, -ma lei non ha capito...io non voglio farle niente di male...sono semplicemente attratto dal suo stile...vorrei sapere come vive, cosa fa, conoscere i suoi pensieri, vedere le sue opere...- la sua sincerità mi zittisce e penso che dev'essere uno di quei tanti aspiranti artisti, uno di quei tanti dilettanti che si perdono nella rete insidiosa delle illusioni e un moto di pena mi convince a lasciare il mio indirizzo scritto a matita su un pezzo di carta sporco raccattato da terra.
E poi mi pento e percorro la via di casa stordita da mille pensieri.

Lo Scugnizzo si chiama Lucio...

Il barista, un uomo dai modi affettati, mi chiede cosa desidero, "cosa desidero?...ahhh bella domanda...! Vorrei dirgli...la vita" poi mi trattengo e mi limito a una vodka ghiacciata.
Mentre accosto le mie labbra aggrinzite al bordo del lungo bicchiere, una risata sguaiata attira la mia attenzione e girando il mio corpo sul precario sgabello scorgo, tra un mucchio di ragazzi sporchi di noia, un paio di occhi troppo accesi su una bocca sdentata sghignazzante, e cerco il suo volto nella memoria assopita e un flash mi riporta in pieno giorno, sotto un sole cocente, tra le urla e i colori del mercato affollato del Martedì mentre scappo da quegli occhi posati senza alcuna indiscrezione sul mio corpo indegno.
Ritorno nel bar e la scena si ripete, guardo il ragazzo che continua a buttare le sue risate su di me senza pudore, "che schifo" penso inorridita abbassando lo sguardo confusa sul mio bicchiere di vodka a metà, ingollo il resto del liquido in un sol colpo ed esco in fretta dal locale.
Il temporale che mi ha inzuppata si è trasformato in una piggerellina sottile, silenziosa, mentre cammino scavalcando le pozzanghere grigie che riflettono il mio volto ormai nudo.
Muovo i piedi senza senso davanti alle vetrine ancora chiuse delle boutique, davanti a quelle blindate delle gioiellerie, davanti a quelle serrate delle salumerie di lusso, superando case, persiane semiaperte, cancelli vestiti di gelsomino, e ascolto il rumore echeggiante dei miei tacchi che battono sui marciapiedi lucidi e riempiono il silenzio delle strade ancora addormentate nel torpore pennichelloso del primo pomeriggio.
Svolto a caso nello stretto vicolo del centro storico, e appoggio il mio corpo affannato al muro freddo di una struttura ad arco che adombra la mia figura già oscurata da un improvviso pessimismo che un fischio insolente scuote svegliando le mie orecchie.
Volto il capo all'erta da un lato all'altro del cunicolo vuoto e un altro fischio più lungo stacca il mio corpo dalla parete scrostata e muove i miei passi curiosi sulla strada mattonata alla ricerca della causa di quel suono bizzarro. Oltrepasso come un'ombra il cunicolo che mi proteggeva per trovarmi davanti a un incrocio di stradine più strette.
Mi affaccio su un interminabile vicolo tinto di rosa alla mia destra, mentre il fischio ora più chiaro mi sorprende alle spalle, mi volto di scatto e guardo sconcertata la figura sfrontata appoggiata a una vecchia porta di legno all'imbocco del vicolo opposto che ora m'intride di una paura quasi infantile, e studio col cuore tremante quel fantoccio con le mani affondate nelle tasche dei jeans la ceri, coi capelli di paglia spettinati e quegli occhi sempre accesi sul mio corpo.
Vorrei scappare ma resto lì, impietrita dalla sua sfacciataggine e apro la bocca piena di stupore, piena di perchè? che avrei voglia di buttare su quel corpo insulso, ma mi manca il coraggio e la richiudo sconfitta sulle mie domande mute.

Lo Scugnizzo si chiama Lucio...

Ascolto l'affanno del mio cuore che si unisce alle note esuberanti di un rock'n'roll d'autore.
Col cuore stanco premo con forza il tasto nero che mi ricatapulta nle silenzio delle mie lacrime inutili. Poi rifletto e comincio a riempire la mia faccia di schiaffi "stupida, stupida, stupida" mi dico mentre sento l'energia che riaffiora, scavando a fatica nelle mie gambe per ritornare su su fino al cuore.
Corro in camera da letto, spalanco le finestre a un raggio di sole che si sentiva escluso, apro le ante dell'armadio e scavo in quel mucchio di ricordi con le mani frementi che si fermano decise sulla ruvidezza del lino di un tailleur celeste che mi sta a pennello, attorciglio la massa dei miei capelli contorti in una treccia robusta che mi copre le spalle e finalmente son fuori, con i sandali di vernice col tacco alto che affondano nella sabbia che un vento malandrino mi butta negli occhi senza rispetto, e mi avvio sotto la passerella di legno sotto un cielo improvvisamente ingrigito, e le orecchie si riempiono della stupida voce nasale apportatrice di malauguri, spuntata poco prima dalla radio rossa, e sbuffo mentre sbatto i piedi zeppi di sabbia freneticamente sul legno crepato della passerella, mentre una goccia d'acqua mollata da una nuvola capricciosa mi picchia sul naso, avvertendomi di correre a casa, ma io me ne sbatto e proseguo imperterrita sotto gocce più agguerrite, che si divertono a inzupparmi sadicamente i piedi, le spalle del mio tailleur celeste, la mia treccia robusta, il mio volto arrossato dal fard che comincia a diluirsi in lacrime rosse che scivolano indifferenti dalle mie guance molli al mio tailleur, ma continuo a camminare, nonostante il tailleur pezzato di rosa, nonostante il mio volto rigato che ormai svela la realtà del mio incarnato spento, e come un cadavere mal truccato mi rifugio in un bar poco affollato.

PAROLE PAROLE PAROLE. Il Tempo Perduto. Lo Scugnizzo si Chiama Lucio

AAmmiro un Miracolo curiosamente accovacciato che ho appena tirato fuori a scalpellate da un masso di pietra argillosa, e mentre butto il mio corpo stanco sulla sedia di paglia chiedo orgogliosa a lui, al vero Miracolo che ora m'imbava le gambe con la sua lingua umida -ti piaci eh?- e lui mi risponde soddisfatto con un colpo di coda. Mi passo le mani ancora sporche di terra rossa sul volto sudato, non mi guardo allo specchio ma so di aver creato sul mio volto un arcano disegno tribale, e china sul muso stupito di Miracolo comincio a esibirmi in una serie di boccacce mentre lui mi guarda con sospetto per poi esprimere il suo disgusto con un verso storto. Blocco la mia performance penosa e mi allontano dal suo corpo di lana.
Ora, circondata dalle piastrelle fresche del bagno, infilo la testa sotto il getto dell'acqua, alzo il volto gocciolante davanti allo specchio che mi guarda e sorride a me che sorrido, che sorrido alle mie rughe, alle mie guance flosce, alla massa informe dei miei capelli grigi, alle mani rugose che ora sfiorano il volto delicatamente mentre colgo un guizzo spiritoso, un balenìo curioso che attraversa i miei occhi e che mi costringe a lasciare lo specchio e a strascicare i miei passi veloci sulle vecchie scale di legno scricchiolanti per buttarmi nel caos giovanile della mia stanza di ragazza in cerca della mia radio a pile diplastica colorata, e scavando tra mucchi di giornali che puzzano di muffa, diari dal lucchetto arrugginito, orsacchiotti senza un occhio col pelo più arruffato di quello di Miracolo, spunta l'oggetto delle mie ricerche, la radiolina rossa regalatami da mia sorella il giorno del mio trentacinquesimo compleanno.
Rigiro emozionata quell'oggetto tra le mani, il rosso un tempo vivo è ora spento, schiacciato da uno spesso strato di polvere, ma per il resto mi pare non manchi nulla.
Lascio la stanza caotica col trofeo ben stretto sul petto sotto lo sguardo particolarmente interessato di Miracolo, e dopo una vigorosa passata di straccio mi siedo davanti al tavolo di legno, in religioso silenzio, con l'eccitazione di una bambina che attende il permesso di scartare il suo dono.
E un verso gracchiante squarcia il silenzio del mio respiro affannoso, seguito da un borbottio, seguito a sua volta da una sincronia di sillabe interrotte che si schiariscono via via dando corpo a una voce nasale, leggermente sfocata dal tempo, che annuncia piogge e temporali sulla costa Tirrenica. "Cazzate" penso, mentre una risata allegra mi allarga la bocca e continuo a girare la rotellina che sparge le note di un'aria di Wagner accompagnata da un monotono ronzio e dall'abbaiare furioso di un Miracolo col pelo ritto dallo spavento, e io continuo a ridere divertita, giocando con quell'insulsa rotellina che riempie la casa di note spezzate, di note sconosciute, di ritmi nuovi, dei soliti ritmi, e finalmente mi fermo sulla voce melodiosa di Marcella con i suoi ricordi di "Montagne verdi", così alzo il mio culo dalla sedia e davanti a un Miracolo ormai rassegnato muovo il mio corpo goffamente a quel ritmo familiare.
Un Harry Bealfonte a sorpresa mi butta nell'incoscienza del secolo scorso, e ritrovo a fatica nel mio corpo un'energia sepolta, e spinta da un'assurda euforia comincio a girare come una farfalla impazzita per la stanza, mentre la stanza gira con me e con la mia testa che solo la ruvida base di una sedia di paglia riesce a fermare.


Prova

prova