AAmmiro un Miracolo curiosamente accovacciato che ho appena tirato fuori a scalpellate da un masso di pietra argillosa, e mentre butto il mio corpo stanco sulla sedia di paglia chiedo orgogliosa a lui, al vero Miracolo che ora m'imbava le gambe con la sua lingua umida -ti piaci eh?- e lui mi risponde soddisfatto con un colpo di coda. Mi passo le mani ancora sporche di terra rossa sul volto sudato, non mi guardo allo specchio ma so di aver creato sul mio volto un arcano disegno tribale, e china sul muso stupito di Miracolo comincio a esibirmi in una serie di boccacce mentre lui mi guarda con sospetto per poi esprimere il suo disgusto con un verso storto. Blocco la mia performance penosa e mi allontano dal suo corpo di lana.
Ora, circondata dalle piastrelle fresche del bagno, infilo la testa sotto il getto dell'acqua, alzo il volto gocciolante davanti allo specchio che mi guarda e sorride a me che sorrido, che sorrido alle mie rughe, alle mie guance flosce, alla massa informe dei miei capelli grigi, alle mani rugose che ora sfiorano il volto delicatamente mentre colgo un guizzo spiritoso, un balenìo curioso che attraversa i miei occhi e che mi costringe a lasciare lo specchio e a strascicare i miei passi veloci sulle vecchie scale di legno scricchiolanti per buttarmi nel caos giovanile della mia stanza di ragazza in cerca della mia radio a pile diplastica colorata, e scavando tra mucchi di giornali che puzzano di muffa, diari dal lucchetto arrugginito, orsacchiotti senza un occhio col pelo più arruffato di quello di Miracolo, spunta l'oggetto delle mie ricerche, la radiolina rossa regalatami da mia sorella il giorno del mio trentacinquesimo compleanno.
Rigiro emozionata quell'oggetto tra le mani, il rosso un tempo vivo è ora spento, schiacciato da uno spesso strato di polvere, ma per il resto mi pare non manchi nulla.
Lascio la stanza caotica col trofeo ben stretto sul petto sotto lo sguardo particolarmente interessato di Miracolo, e dopo una vigorosa passata di straccio mi siedo davanti al tavolo di legno, in religioso silenzio, con l'eccitazione di una bambina che attende il permesso di scartare il suo dono.
E un verso gracchiante squarcia il silenzio del mio respiro affannoso, seguito da un borbottio, seguito a sua volta da una sincronia di sillabe interrotte che si schiariscono via via dando corpo a una voce nasale, leggermente sfocata dal tempo, che annuncia piogge e temporali sulla costa Tirrenica. "Cazzate" penso, mentre una risata allegra mi allarga la bocca e continuo a girare la rotellina che sparge le note di un'aria di Wagner accompagnata da un monotono ronzio e dall'abbaiare furioso di un Miracolo col pelo ritto dallo spavento, e io continuo a ridere divertita, giocando con quell'insulsa rotellina che riempie la casa di note spezzate, di note sconosciute, di ritmi nuovi, dei soliti ritmi, e finalmente mi fermo sulla voce melodiosa di Marcella con i suoi ricordi di "Montagne verdi", così alzo il mio culo dalla sedia e davanti a un Miracolo ormai rassegnato muovo il mio corpo goffamente a quel ritmo familiare.
Un Harry Bealfonte a sorpresa mi butta nell'incoscienza del secolo scorso, e ritrovo a fatica nel mio corpo un'energia sepolta, e spinta da un'assurda euforia comincio a girare come una farfalla impazzita per la stanza, mentre la stanza gira con me e con la mia testa che solo la ruvida base di una sedia di paglia riesce a fermare.
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