mercoledì 29 ottobre 2008

Lo Scugnizzo si chiama Lucio...

Il barista, un uomo dai modi affettati, mi chiede cosa desidero, "cosa desidero?...ahhh bella domanda...! Vorrei dirgli...la vita" poi mi trattengo e mi limito a una vodka ghiacciata.
Mentre accosto le mie labbra aggrinzite al bordo del lungo bicchiere, una risata sguaiata attira la mia attenzione e girando il mio corpo sul precario sgabello scorgo, tra un mucchio di ragazzi sporchi di noia, un paio di occhi troppo accesi su una bocca sdentata sghignazzante, e cerco il suo volto nella memoria assopita e un flash mi riporta in pieno giorno, sotto un sole cocente, tra le urla e i colori del mercato affollato del Martedì mentre scappo da quegli occhi posati senza alcuna indiscrezione sul mio corpo indegno.
Ritorno nel bar e la scena si ripete, guardo il ragazzo che continua a buttare le sue risate su di me senza pudore, "che schifo" penso inorridita abbassando lo sguardo confusa sul mio bicchiere di vodka a metà, ingollo il resto del liquido in un sol colpo ed esco in fretta dal locale.
Il temporale che mi ha inzuppata si è trasformato in una piggerellina sottile, silenziosa, mentre cammino scavalcando le pozzanghere grigie che riflettono il mio volto ormai nudo.
Muovo i piedi senza senso davanti alle vetrine ancora chiuse delle boutique, davanti a quelle blindate delle gioiellerie, davanti a quelle serrate delle salumerie di lusso, superando case, persiane semiaperte, cancelli vestiti di gelsomino, e ascolto il rumore echeggiante dei miei tacchi che battono sui marciapiedi lucidi e riempiono il silenzio delle strade ancora addormentate nel torpore pennichelloso del primo pomeriggio.
Svolto a caso nello stretto vicolo del centro storico, e appoggio il mio corpo affannato al muro freddo di una struttura ad arco che adombra la mia figura già oscurata da un improvviso pessimismo che un fischio insolente scuote svegliando le mie orecchie.
Volto il capo all'erta da un lato all'altro del cunicolo vuoto e un altro fischio più lungo stacca il mio corpo dalla parete scrostata e muove i miei passi curiosi sulla strada mattonata alla ricerca della causa di quel suono bizzarro. Oltrepasso come un'ombra il cunicolo che mi proteggeva per trovarmi davanti a un incrocio di stradine più strette.
Mi affaccio su un interminabile vicolo tinto di rosa alla mia destra, mentre il fischio ora più chiaro mi sorprende alle spalle, mi volto di scatto e guardo sconcertata la figura sfrontata appoggiata a una vecchia porta di legno all'imbocco del vicolo opposto che ora m'intride di una paura quasi infantile, e studio col cuore tremante quel fantoccio con le mani affondate nelle tasche dei jeans la ceri, coi capelli di paglia spettinati e quegli occhi sempre accesi sul mio corpo.
Vorrei scappare ma resto lì, impietrita dalla sua sfacciataggine e apro la bocca piena di stupore, piena di perchè? che avrei voglia di buttare su quel corpo insulso, ma mi manca il coraggio e la richiudo sconfitta sulle mie domande mute.

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